Sì. Ero rinchiusa in una cupola di cristallo. Respiravo, ma non vivevo realmente. Pronunciavo parole, ma non parlavo. L'unica cosa che davvero mi riusciva bene era guardare, e ascoltare i suoni ovattati che mi giungevano dall'esterno.
Lo sentivo, quel mondo. Mi pioveva addosso, ma non riuscivo a viverlo. Era solo una pioggia passiva, che gocciolava piano attraverso il vetro e mi affogava lentamente, giorno dopo giorno.
La gente si muoveva intorno a me, ed io ero paralizzata, legata, incatenata, prigioniera della mia distanza, delle mie esigenze, della mia arroganza, della mia diffidenza.
Osservavo malinconica tutte quelle persone che parlavano, ridevano, scherzavano, inconsapevoli e felici... era davvero ciò che volevo? Distruggere la cupola e mischiarmi agli altri?
Sapevo che, ad ogni modo, avevo troppo sulla pelle per poter davvero far parte di loro. Cos'era? Era un velo di pioggia che non mi lasciava mai, per quanto potessi fingere, qualcosa che mi tratteneva sempre da un'altra parte, impossibile da lavare via, ma anche da desiderare lontano.
Perché, dopotutto, senza quel mantello, come avrei vissuto?
Guardavo gli altri, nudi e senza pudore, e non avrei mai voluto essere come loro. E stavo bene lì, nella mia cupola, dove ero sola con me stessa, e cosciente di ciò che ero. Lo sapevo che era quella cupola a trattenere la mia parte più intima, e che senza nessun muro il mio cuore si sarebbe disperso, e io nella massa dei nudi e impudici esseri contenti e ignari.
Cos'era che volevo? Me stessa, e la solitudine; o uno stato di incosciente rimbecillimento, quattro risate per sempre?
Io volevo me, e lo sapevo. E non avrei perso quel che era più importante di me, per altre persone di cui alla fine non mi sarebbe importato nulla.
Io ero nata così, con una seconda pelle addosso, un muro, una cupola di cristallo intorno. Qualcosa che in definitiva era parte di me, e che, paradossalmente ma non troppo, non sarei mai riuscita a spezzare.
Era così da sempre. Non era solo l'età, questa volta.
Forse sarei cresciuta, e avrei avuto anche io la mia muta, il mio mantello si sarebbe slacciato da solo e al momento giusto sarei arrivata in mezzo agli altri, capace di viverli. Chi lo poteva dire.
Per ora stavo così, guardando gli altri muoversi e stringendo me stessa.
Non avrei provato a distruggere la cupola. Non lo volevo.
Volevo me.
