mercoledì 4 marzo 2009

Con il profumo della pioggia nell'anima (e sui capelli)

Sì. Ero rinchiusa in una cupola di cristallo. Respiravo, ma non vivevo realmente. Pronunciavo parole, ma non parlavo. L'unica cosa che davvero mi riusciva bene era guardare, e ascoltare i suoni ovattati che mi giungevano dall'esterno.

Lo sentivo, quel mondo. Mi pioveva addosso, ma non riuscivo a viverlo. Era solo una pioggia passiva, che gocciolava piano attraverso il vetro e mi affogava lentamente, giorno dopo giorno.

La gente si muoveva intorno a me, ed io ero paralizzata, legata, incatenata, prigioniera della mia distanza, delle mie esigenze, della mia arroganza, della mia diffidenza.

Osservavo malinconica tutte quelle persone che parlavano, ridevano, scherzavano, inconsapevoli e felici... era davvero ciò che volevo? Distruggere la cupola e mischiarmi agli altri?

Sapevo che, ad ogni modo, avevo troppo sulla pelle per poter davvero far parte di loro. Cos'era? Era un velo di pioggia che non mi lasciava mai, per quanto potessi fingere, qualcosa che mi tratteneva sempre da un'altra parte, impossibile da lavare via, ma anche da desiderare lontano.

Perché, dopotutto, senza quel mantello, come avrei vissuto?

Guardavo gli altri, nudi e senza pudore, e non avrei mai voluto essere come loro. E stavo bene lì, nella mia cupola, dove ero sola con me stessa, e cosciente di ciò che ero. Lo sapevo che era quella cupola a trattenere la mia parte più intima, e che senza nessun muro il mio cuore si sarebbe disperso, e io nella massa dei nudi e impudici esseri contenti e ignari.

Cos'era che volevo? Me stessa, e la solitudine; o uno stato di incosciente rimbecillimento, quattro risate per sempre?

Io volevo me, e lo sapevo. E non avrei perso quel che era più importante di me, per altre persone di cui alla fine non mi sarebbe importato nulla.

Io ero nata così, con una seconda pelle addosso, un muro, una cupola di cristallo intorno. Qualcosa che in definitiva era parte di me, e che, paradossalmente ma non troppo, non sarei mai riuscita a spezzare.

Era così da sempre. Non era solo l'età, questa volta.

Forse sarei cresciuta, e avrei avuto anche io la mia muta, il mio mantello si sarebbe slacciato da solo e al momento giusto sarei arrivata in mezzo agli altri, capace di viverli. Chi lo poteva dire.

Per ora stavo così, guardando gli altri muoversi e stringendo me stessa.

Non avrei provato a distruggere la cupola. Non lo volevo.

Volevo me.

martedì 20 gennaio 2009

Diario.

Il rancore.

Il rancore è l'unica cosa che sta rifiorendo in me, avvelenandomi e divorandomi lentamente.

Ma oggi niente metafore, è ora di fatti concreti.

Oggi sono incacchiata col mondo.

Incacchiata, ma soprattutto triste. Perché, se ci penso, mi sembra sempre colpa mia.

Sono io che non sono dolce. Io, che ho passato tutto questo tempo a costruirmi una proiezione perfetta e un mondo meraviglioso di cristallo, e che adesso mi risveglio e mi accorgo di aver lasciato me stessa, la vera me stessa, persa da qualche parte, senza una guida, sola, fragile e crudele senza una ragione.

E ora mi guardo e non mi riconosco, né so chi sono. Così più semplicemente mi rispondo "Sei una m***a!", mentre probabilmente non è vero, ci sono delle cause e tutte quelle cose belle che ho dentro continuano a essere nascoste, e io non so come forzare il mio carattere a prendere la piega che desidero, né se lo posso.

Che schifo! Eppure non sono solo depressa, malinconica e "che schifo", c'è la rabbia che cresce dentro di me.
La rabbia ragionata, o l'odio insensato? Forse sono anche tutti e due.

Del resto, certi scassapalle se lo meritano, ma non posso fare a meno di sentire la loro mancanza (e... perché?), altri sono semplicemente caduti nel momento sbagliato con la persona sbagliata e... mi annoio, e allora mi incacchio.

... seh. Come se fosse davvero così.

Forse ne ho davvero abbastanza di questa situazione. Forse soltanto vorrei un po' di affetto e di comprensione — ma certo, ma se poi mi imbarazza...!

Qualcosa ha davvero aperto le mie vene a malattia e controversione... davvero, e non sono più tanto certa di cosa sia, né se si possa disfare, né se si tratti proprio di me stessa.

Sono solo un'anima inquieta. Sarà il periodo, sarà l'età.

Ma non mi piace nascondermi dietro a scuse di questo tipo. Non mi piace, né credo che si possa risolvere solo col tempo.

Non ci credo.

Non credo di poter essere diventata così solo a causa di qualche persona... né che tutto ciò abbia un senso, né che possa portarmi a qualche fine e snebbiarmi la mente.

Sarà l'età.

Perché non posso neanche pensare di essere destinata a vivere così per sempre. Egoista, arrogante, perfezionista e rancorosa. Non ero quella dolce quella tenera e delicata?

No. Nessuno lo è mai stato. Quelli erano sogni.

Sogni di me, sogni del mio desiderio perfetto. Ma nulla era davvero reale... nulla.

E anche questo mi spaventa, oh, sì, mi spaventa tantissimo. Io e i miei eterni sogni d'amore... nulla è eterno, eh? No, è così. Non credo più nemmeno a qualcosa che un tempo era così, era certo, era reale.

E non so perché, e vorrei richiudere gli occhi.

Richiudere gli occhi e riaprire le porte, tornare in quella stanza bianca inondata di luce e piangere tutto l'amore che scorreva nelle mie vene. Rimanere per sempre lì, stringere quella nuvola candida e vivere in eterno con e senza il mio Amore, lì, a occhi chiusi...

Ma so che non posso.

Che c'è qualcosa di brutale, forte e spaventoso che mi strappa a forza dal passato, qualcosa che mi dice "Basta, è ora di voltare pagina e di andare avanti", qualcosa di inspiegabilmente attraente, qualcosa... o qualcuno?

Qualcosa che vorrei dimenticare per sempre, sotterrarlo insieme a quel che di speciale che ha, cancellarlo; riavvolgere il nastro e ricominciare con gli occhi chiusi...

Ma non posso, e non lo farò.

E se anche non guarderò in faccia il nemico, se anche fingerò che quel qualcosa non esista... io saprò sempre che c'è, e sempre rimarrò così, un'anima inquieta...

"Sempre". Il Sempre non è eterno.

E magari mi cambierà. Magari riuscirò a risalire e ad alzare lo sguardo, a guardare il cielo e a camminare sulle nostre rovine; perché a volte mi succede, di vedere solo il bello di quel qualcosa che inconsapevole mi trascina, luminoso...

Ecco, lo odio, eppure allo stesso tempo è esattamente ciò che desidero, ciò di cui sento il bisogno. E mai sarà mio e sempre sarà solo lui a trascinarmi... ma presto dimenticherò anche questo, o no?

...

Chiudo, mi si sta staccando l'indice.


Elix

mercoledì 14 gennaio 2009

Dallo stagno che si increspa di pioggia.

Il sole tramonta di pomeriggio. I sorrisi spariscono prima che abbia fatto in tempo a realizzarli. La neve si scioglie.

Che palle. Sempre questa lagna malinconica e insensata. Eppure non riesco a essere altro.

Che cos'è la primavera? Una stagione? Uno stato d'animo? Il tempo dell'amore? Quando tutto sboccia?

Diamine, ma cosa c'è che deve sbocciare. Ci sono fiori che non nascono mai. Piante che semplicemente non fioriscono.

Ci sono piante steccose, decadenti e scure che resteranno per sempre così, anche nel pieno della primavera. Lì, stupide, nude e fragili, in un mondo bellissimo e colorato, un mondo al quale non appartengono.

Piante che semplicemente non fioriranno mai.

Che palle, che depressa questa qua, vero? No, non sono depressa, credetemi. È che quando sono giù mi viene più da scrivere. È una fortuna che non scriva così spesso, allora... o no?

È giusto? È giusto essere ottimisti, illudersi e sorridere nei campi di fiori di carta e nuvole candite di ninna nanna? Mentire dentro di sé per ore cercando di convincersi di sogni che non sono realtà, credere in qualcosa che non esiste e che fa solo male quando ti svegli? È giusto? Ma soprattutto, a che giova?

Voglio la primavera. Ma soprattutto, voglio che sia anche la mia primavera. Voglio che sboccino i fiori nella mia anima e che succeda qualcosa.

Qualcosa di reale, diamine.


Elix

giovedì 1 gennaio 2009

Frammenti.

Frammenti di cristallo? Di diamante? Frammenti di stelle, di luna negli occhi, di sole sullo specchio. Frammenti di memoria? Frammenti da cancellare. Frammenti di lacrime, di sorrisi e di grida. Frammenti di passato o di futuro? Ricordi e speranze. Frammenti di cielo alla finestra, e di notte di rugiada dal balcone. Frammenti di azzurro luccicante e di nera, buia oscurità. Frammenti di ragazza. Ragazza acida e dolce, forte e fragile, ottimista e malinconica. Frammenti e contraddizioni? Ricordi che si escludono l'un l'altro? Frammenti che si frammentano a vicenda? Frammenti di bramata solitudine e di socialità sofferta. Frammenti di menzogne, di persone. Persone di cui non si fida. Persone false, crudeli. Indifferenti. E non ha voglia di conoscerle meglio, no. Non rimarrebbero che frammenti. Ma anche persone buone, dopotutto. Frammenti di foto di loro, di ricordi felici, cancellati e ricostruiti, distrutti e rifatti sulle rovine. Frammenti di amore e di desiderio, di sogni e di frammenti infranti. Di grazia senza confini e di bellezza divina. Di lei, disfatta all'eterna estasi silenziosa. Di dolcezza e di delicatezza e di malvagi esseri senza cuore dalla meravigliosa e immonda pellaccia. Frammenti scintillanti, bellissimi e preziosi, ricordi bellissimi e passati inesistenti, frammenti di specchio, frammenti di te, frammenti che la tagliano se soltanto prova a sfiorarli... Frammenti luminosi, frammenti di sole, frammenti belli oltremodo e azzurri più del cielo, e basta. Frammenti di ali a pezzi e di sole d'inverno. Frammenti di gioia, ma anche di dolore. Frammenti che non esistono, ma che sono lì, sul pavimento. Frammenti di ricordi. Frammenti di un anno passato. Frammenti di me.